Promesse

Un bel giorno ti chiamano, una mattina qualunque, per dirti che la tua richiesta è stata accettata, ora hai un visto di residenza permanente per l’Australia.

Da quel momento cominciano le promesse, o forse anche prima erano cominciate, quando era soltanto un sogno, un’idea che si poteva avverare.

Non sarai più obbligata a lavorare, il mio stipendio sarà sufficiente a mantenere tutta la famiglia…

Avremo una casa con giardino, tutta per noi e non un appartamento al quinto piano…

Potremo tornare in Italia tutti gli anni, a visitare gli amici e i parenti…

Avrai un gattino tutto per te…

Ma le promesse sono come le nuvole: a guardarci dentro rivelano la loro inconsistenza, appaiono molto diverse da come le vede un osservatore a terra. Si dissolvono al vento, le nuvole, come le promesse quando devono fare i conti con la realtà, quella realtà che, non importa quanta passione, volontà e impegno ci metti, non riesci sempre a cambiare.

Non bisognerebbe mai promettere.

Poi un giorno, molto tempo più tardi, quattordici anni sono passati, trovi per caso un biglietto scritto da tua figlia quando era ancora bambina:
”Caro papà,
ti voglio tanto bene e quando partiremo per l’Australia spero che mi starai sempre accanto e anche se i parenti (nonna, zia Robby, zio Mario e cugini) rimarranno qui, mi devi promettere che ogni anno li andremo a trovare, almeno una volta. Un abbraccio forte, forte, la tua passerotta.
Giorgia
”.

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